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Ceramica.

Il fatto che l’anima possa essere racchiusa nelle forme date ad un pezzo d’argilla, poi cotto, poi usato, poi vissuto, non ha ancora avuto abbastanza peso. La ceramica è un tesoro.

Esistono anche dei luoghi reali, da cui l’anima è catturata. Per noi, ancor prima di visitarla insieme per la prima volta, la città di Trieste è sempre stata uno di questi luoghi. Piazza dell’Unità d’Italia, a fronteggiare il mare con la sua signorilità mitteleuropea, e i palazzi austeri, e quel grigio nobile del cielo, quel colore argentato che ha solo lei. Sogni ad occhi aperti.

Trieste, argento come sempre.

Trieste, tinta d’argento come sempre.

Non a caso, quando siamo arrivati, scendendo dall’alto fino al golfo, abbiamo sentito il brivido di chi entra in una casa che non ha mai vissuto, di quei momenti in cui il sogno non si allontana dalla realtà. Combacia, ed è tutto così rassicurante.

Abbiamo soggiornato in un albergo art deco, che abbiamo trovato per caso. Abbiamo fatto colazione in splendidi locali antichi, pranzato in un tipico ristorante austro-italiano, sentito parlare di Svevo, Saba e Joyce, curiosato nelle numerose librerie antiquarie.

Girando per i vicoletti del centro storico, vetusti, nascosti, silenziosi, abbiamo incontrato la ceramica dell’anima. Abbiamo sbirciato dentro un portone di legno sgangherato semi-socchiuso e strabuzzato gli occhi quando abbiamo visto che la stanza che c’era dietro era piena di ceramiche. Vasi metafisici giganti, completamente bianchi. Tazzine, tazze, piatti, ciotole. Aggeggi vari. Oggetti. Ammassati su delle scaffalature a cui il tempo non aveva fatto bene. Una luce fioca, quasi volesse essere discreta, di una lampadina appesa al soffitto illuminava il tutto, prediligendo le ombre, incoraggiandole ad uscire dalla ceramica.

Metafisica della ceramica.

Metafisica della ceramica.

 

Abbiamo chiesto permesso e il vecchio che c’era dentro ci ha detto di farci avanti. Lo abbiamo elogiato come due scolaretti un po’ scemi, e lui ci sparava addosso una certa fredda asprezza, parlando di quello che faceva. Non ringraziava certo, insomma, per i complimenti (incredibile come ci siamo abituati inconsciamente a pretendere un grazie, quando li facciamo, quasi lo facessimo solo per quello). “Faccio vasi imperfetti perché la perfezione la macchina la può raggiungere, mentre questa imperfezione no, è prerogativa dell’uomo”.

Laghi racchiusi nella ceramica

Laghi racchiusi nella ceramica.

“Possiamo vendere queste tue meraviglie nel nostro negozio?” – gli abbiamo chiesto. Non ha mai venduto le cose che fa.

Ci ha risposto di sì soltanto tre mesi fa, più o meno, dopo lungo corteggiamento.

Ora, quando ha voglia, ci manda quello che vuole. E’ anche diventato molto meno aspro. Ma tanto dalle sue ceramiche si vedeva, che non lo era fino in fondo. L’anima della ceramica di V. Ceramiche Trieste.

Ci trovate qui

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