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Generazioni perdute.

generazioni perdute

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Ci parlano sempre di questo. Siamo generazioni perdute, dicono. Siamo circondati di persone che fanno a gara per poterci definire. Siamo giovani senza arte né parte, colpevoli di questo, colpevoli di quello, vuoti di ideali, come mai prima. Scrivono libri su di noi, fanno trasmissioni televisive, ci accolgono gli psicologi, i motivatori, ci pompano gli allenatori. Siamo perenni alunni, risospinti senza posa tra le braccia di perenni insegnanti. Ci prendono, poveri noi nati in un’epoca prosciugata, e ci immergono come biscotti in un magma di confronti con epoche e figure passate e circostanziali che sono costruiti appositamente affinché ne riusciamo sconfitti. Non vogliono sentire le nostre ragioni, ma solo spiegarci come questo o quello andrebbe fatto. Hanno vissuto in un’epoca di successi floridi troppo spesso non meritati e quei successi non riescono a contestualizzarli, a dimenticarli, a piangerli. Bambini viziati di sessantanni. Se avessero, nei loro anni virtuosi, passato più tempo sopra carta stampata e aerei, invece che su pennette alla vodka, champagne scadente e sperpero monetario, sarebbero in grado di leggere tra le righe, comprendere le situazioni e fare un bel po’ di autocritica, perché il nostro smarrimento, ammesso che ce ne sia uno su così larga scala, è il frutto nato dall’albero che loro hanno piantato quando avevano la nostra stessa età. L’albero che ha cominciato a germogliare nell’epoca in cui questi non pensavano al futuro ma, irrimediabilmente e sconsideratamente, soltanto ai lustrini del presente. Un albero sotto la cui chioma tutti insieme, spinti da un sogno americano anch’esso deviato, facevano il trenino al suono di Maracaibo e Bandiera Gialla. Gli ideali, si diceva. Oggi no, allora sì. Bene. Gli ideali erano dettati dai partiti politici come mai prima, e nessuno si faceva domande, nessuno metteva in discussione niente. Pensavano ai soldi, a farne e goderne subito. Pensavano di destra, pensavano di sinistra, a non leggere, a non informarsi, perché la vita era bella e doveva continuare ad essere facile. E mentre facevano i trenini, appunto, alimentavano la propria ottusa cecità. Non era importante niente, se non quello che dava piacere nell’immediato, e oggi, che un immediato non esiste più e tutti noi navighiamo a vista, questi signori pensano che la colpa sia nostra e non loro, che con le orgie di lussi se lo sono mangiato, il nostro presente. Sono stati loro, non noi, ad aver svuotato la dispensa. E’ come prosciugare il conto in banca di mia figlia e prendersela con la sua incapacità a riempirlo di nuovo in due giorni. Siamo al paradosso. Hanno preso tutto e continuano a mungerci: sono loro a sfruttarci nei posti di lavoro, sono loro a non essere in grado di darci amore, sono loro che ci governano, sono loro che scrivono libri e tengono conferenze su di noi, sono loro a rinfacciarci i mali del mondo, sono loro che ci mandano in guerra. Eppure, nonostante tutto, continuano a essere i padroni del mondo. Quelli che incontro io, mi danno del “sentimentale”. Mi dicono che stiamo dando troppo affetto a mia figlia di cinque mesi, che poi si vizia. Una figlia va fatta piangere, perché ti vuole fregare. Quelli che incontro io hanno il ghigno sul viso quando ti rinfacciano un aiuto economico. Quelli che incontro io non sanno leggere un buon libro, non sanno dire ti voglio bene o abbracciare una persona. Quelli che incontro io sanno tenere la casa completamente in ordine dedicando al riassetto cinque ore ogni giorno. Quelli che incontro io tagliano via le margherite con la falciatrice. Quelli che incontro io pensano che il nostro negozio sia un posto bislacco che non capiscono, ma non fanno niente per capirlo. Quelli che ho incontrato io ieri danno della sciatta alla propria figlia perché non si trucca e le dicono che sta rovinando una bambina perché la tiene in braccio e quella ride. Quelli che ho incontrato io giusto ieri pretendono poi anche le scuse, perché non gli si dà retta. Sono androidi persi tra gli sgrassatori, i paradossi e l’anaffettività.

E allora certe volte mi viene da pensare che non siamo noi, a essere perduti. Non siamo noi, a non avere ideali, e tanto meno non siamo noi a non provare a cambiare il mondo. Mi viene da pensare che è sempre lo smarrimento, a dare il via ai grandi cambiamenti, e che se nella loro epoca smarrimento non c’è stato, significa che nessuno di loro, geni, stava provando a cambiare le cose.

 

Ultrafragola

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